La tela di Carlotta
Monday, 14 July 2008
Fu a nove anni che mangiò il suo primo sogno. Non intenzionalmente, però.
Era tardi, in una notte senza luna. Lei danzò leggera fino alla stanza dei genitori, non riuscendo a dormire, e si mosse sileziosa come l’immobile aria notturna fino ai piedi del letto di mamma e papà. Si fermò per un momento, prima di arrampicarsi e strisciare nel piccolo spazio tra di loro. Era spaventata. Non riusciva a smettere di pensare a quel film. Lo vedeva quando chiudeva gli occhi. Si disse che non era reale, ma nel buio, da sola, lo era.
Si rannicchiò a fianco del padre, rassicurata dal suo odore e dal suo calore. Si sentiva sicura. Gli spettri della notte sparirono tanto rapidamente quanto apparvero pochi attimi prima. Non avrebbero osato disturbare suo padre, lo sapeva. Carlotta sorrise, e passò leggermente la mano tra i capelli ruvidi e spettinati del padre. Sentì il sonno avvicinarsi. Le palpebre diventarono sempre più pesanti fino a che lei non potè più sorreggerle, le mani si rilassarono mentre gli occhi si chiudevano e il sonno prendeva il sopravvento su di lei.
Ciò però non accadde.
I suoi occhi si spalancarono improvvisamente per vedere tracce di luce sospese tra la sua mano e la fronte addormentata del padre, fili trasparenti tremavano e oscillavano fragili al ritmo del suo respiro. Carlotta si sedette immediatamente. Sua madre si girò e si spostò, senza però svegliarsi. Carlotta lentamente mosse la sua mano. Sentì un leggero tirare. Il tessuto luminoso si era attorcigliato alle sua dita come zucchero filato in una calda giornata estiva. Tentò di scuotere la propria mano, ma senza successo. Tentò di tirare più forte. Tentò e con un lamento silezioso tentò di nuovo, ma i filamenti non volevano saperne di molare la presa.
Realizzando che con il suo scuotere e tirare era solo riuscita a trascinare fuori ancora più materia luminosa, tenne la mano immobile. I suoi occhi bruciavano come solo occhi immensamente stanchi potevano bruciare. Vide che, nonostante l’immobilità della sua mano, la materia luminosa continuava a fuoriuscire dalla muta testa del padre. Seduta e silenziosa lei guardò. Non passò molto che lei sentì uno dei fili luminosi e trasparenti strattonare e perdere alla fine la presa, vedendo poi poco dopo la fine del filamento penzolante floscia dalle sue dita. Stando lì seduta, ferma, le sue emozioni a poco a poco si trasformarono da prudente ansia ad intensa curiosità.
Si portò la mano al volto per vedere più chiaramente. La stanza era scura ma i filamenti brillavano di una leggera luce argentata. Provò una sensazione di fame mentre la sua mano si avvicinava al viso. Non era passato molto dalla cena. Aveva mangiato una buona quantità di albicocche, e gelato per dessert. Il suo preferito. La sensazione, però, era diversa. Era qualcosa di più profondo della fame. Appoggiò delicatamente la lingua ad un’estremità del materiale avvolto sul retro della sua mano. Delizioso. Sorrise e continuò, cautamente, a mordicchiare ed assaporare i lunghi filamenti avvolti intorno alle dita aumentando la velocità fino a che non ne rimase più nulla.
Suo padre si rigirò nel sonno con una smorfia. Lei ne sentì il braccio. Freddo al tocco.
Si alzò e si trascino giù dal letto tanto silenziosamente quanto ne salì.
Mentre usciva dalla stanza, ricordò, brevemente, il film e gli incubi che la terrorizzavano. Sorrise e rise leggermente. Che stupida a farsi spaventare da queste cosette. Si avvio giù per il corridoio, e poi a destra, nella sua stanza, mentre la paura lentamente si allontanava del tutto da lei. Nel sonno, fece sogni fantastici, sogni così reali da sentire e toccare, sognò una vita mai vissuta, e quando, ore dopo, sua madre pianse e pianse quando il padre non si svegliò, Carlotta si sentì felice sapendo che i suoi ricordi sarebbero vissuti per sempre.